Le mosche del capitale di Paolo Volponi: la gente ha paura dell’uguaglianza, ha paura delle responsabilità attive e diffuse…
Il grande romanzo sul mondo dell’industria italiana, della finanza e del potere, con il quale Volponi ci ha lasciato, nel 1989, il suo testamento narrativo.
Un libro inventivo quant’altri mai, ma anche un libro-testimonianza sulla fine del sogno olivettiano e sull’esperienza in Fiat, un romanzo a chiave con personaggi che ricordano alcuni fra gli uomini più potenti dell’economia italiana negli anni Settanta e Ottanta. Soprattutto un libro profetico con il quale Volponi ha annunciato quella profonda trasformazione della società che soltanto oggi vediamo (senza che più nessuno manifesti indignazione) in forma compiuta.

«Il personaggio di Bruto Saraccini è l’estrema proiezione autobiografica di Paolo Volponi, scrittore e manager di vertice (prima alla Olivetti, responsabile del personale e delle relazioni aziendali, in seguito alla Fiat, da consulente), così come Le mosche del capitale, edito da Einaudi nel 1989, è tanto un drammatico bilancio personale quanto l’allegoria di un universo in frenetica trasformazione. Oggetto del romanzo è il collasso dell’industria quale bene pubblico e base dello sviluppo democratico del Paese, è il nuovo ordine politico-economico che privatizza i profitti mentre socializza i costi della sua illimitata voracità, è infine l’era del capitale finanziario che trionfa su qualunque attività, quasi disponesse di una propria metafisica e di un dispositivo di legittimazione teologica. Allievo e collaboratore di Adriano Olivetti, cui il libro è dedicato, lo scrittore intuisce che il rapporto fra l’industria e la Polis si è definitivamente chiuso; amico e compagno di via di Pasolini, è costretto a riconoscere che ogni potenziale di Progresso si è tradotto nella pura dinamica dello Sviluppo, quasi che l’obbligo ai consumi avesse surrogato la democrazia. »
dalla prefazione di Massimo Raffaeli
Le mosche del capitale – di Paolo Volponi – Einaudi 1989
1. due estratti
2. la recensione di Antonio Gradia
3. il commento di Franco Fortini
4. L’eredità di Paolo Volponi
1. Due estratti:
Lanuti a Saraccini: “La gente ha paura dell’uguaglianza, ha paura delle responsabilità attive e diffuse. La gente vuole obbedire e lavorare in pace, in una serena condizione di dipendenza e di benessere. Se poi vuol cercare qualcosa, a lato o sopra, è Dio che cerca, è la natura… E non rispondermi banalmente che Dio e la paura sono la stessa cosa… Sulla paura poggia il mondo, almeno quello politico-economico, e bisogna saperne tener conto”.
Una riflessione di Saraccini: “L’industria italiana non pensa a se stessa quanto alla propria comodità. L’industria italiana non pensa a svilupparsi ordinatamente: alla ricerca, alla perfezione della propria organizzazione, dei propri prodotti, ad un confronto aperto e leale con il mercato, con la cultura industriale, con l’università… pensa alla propria comodità, nel senso che esclude queste reali ipotesi di ricerca per restare nell’ambito dell’esercizio del comando e basta… Produrre quel che sa produrre, vendere quel che sa vendere… E per restare così arretrata, evidentemente, ha bisogno di tenere arretrato l’intero paese”.
2. La recensione di Antonio Gradia:
È un libro molto originale, ma di difficile lettura.
Il suo stile di scrittura è impervio, il contenuto narrativo denso e carico.
Il lettore incontra continui cambi di punti di vista, salti di tempo verbale dal passato al presente, tra anticipazioni e flash back.
L’autore fa operazioni di scavo ed estrazione di materiale.
Scava e mette in luce, scava nei personaggi e scava nella retorica del potere e nell’organizzazione industriale.
Ogni rigo è denso… La trama non è lineare da percorrere, è molto tortuosa, si rischia di sbandare, di perdere il filo della narrazione.
Non c’è un protagonista centrale principale…. Non ci sono più personaggi…(Dice a p.186) L’unico personaggio è il potere …
Un percorso punteggiato da intrighi, di trame per manovrare e influenzare, per rinsaldare e mantenere il potere, per ottenere maggiori interessi e vantaggi.
I pensieri e gli sforzi dei personaggi son tutti tesi a manovrare manipolare alterare.
Vogliono torcere anche la politica, i governi, i giornali sui loro tornaconti… e ci riescono.
Tutti i giorni è di scena la lotta per il potere. Comandare è meglio di fottere!!! Dice N. a p.343…
I nostri personaggi che si aggirano intorno al capitale usano doppie triple e multiple facce, ad ogni occasione ne mettono una nuova…
Cosa facciano e pensano veramente questi grandi manager lo sanno solo le cose e gli oggetti e animali che stanno nelle loro stanze e non possono parlare… E però l’autore li fa parlare…. Dalla poltrona alla borsa al canarino, questi sono i testimoni più sinceri, ma pure loro schierati col potere…
La poltrona presidenziale si rifiuta di fare appoggiare la donna delle pulizie che stava cadendo, perché schifata di un sedere di così basso rango…
E i lavoratori, la classe operaia, sono sporchi e poveri… Quando il mega dirigente Astolfo vede (p.142) le operaie in bicicletta gli paiono brutte sformate e povere e mal vestite, rimane scioccato, “Come mai gente simile nella nostra industria?” Lui pensa che ci dovrebbero essere solo lavoratori ben vestiti carini e a modo… Ma non sta pensando di pagarli di più perché possano migliorare, bensì di mandarli via perché non degni della sua industria per cui prevede grandi salti di prospettiva nel futuro …
Saraccini si avvicina al potere, ma quando ci arriva vicino ha paura e arretra, rifiuta il compromesso, scappa… è attratto dal potere, s’illude di poter cambiare qualcosa, sta con loro, ma loro gli fanno intendere “se vuoi stare con noi devi fare il lavoro sporco, devi sporcarti, non puoi stare qui vicino a noi e restare indenne”…
Si rende conto che in quegli uffici ai piani alti, luminosi, lindi e lussuosi non si fanno dei lavori tanto puliti e umani e corretti…!!! È costretto ad arrendersi e scomparire dalla scena.
Nasapeti è dotato di un naso speciale che gli serve per tutte le situazioni della vita, per gli affari, per capire i documenti, scegliere i suoi uomini, le sue donne, i suoi cibi…
È un presidente industriale che voleva sperimentare un’azienda più umana, ma è condizionato dalle banche e dai suoi scomodi alleati, la nuova classe dirigente e il mondo della finanza che pensano a un’industria senza lavoratori.
Alla fine tutto va verso un cupio dissolvi…
Saraccini scompare dalla scena, i lavoratori sono criminalizzati, fatti passare per terroristi in bande armate. Il potere non ha più bisogno di loro, scompaiono dall’industria omologata e automizzata.
Vanno bene solo se ubbidiscono senza rivendicare voce in capitolo sull’impresa che hanno arricchito col loro lavoro, se stanno in silenzio a fare qualsiasi lavoro e anche se licenziati quando non servono più…
La marcia a Torino dei 40mila è servita, al gruppo di comando finanziario industriale, per ribadire che l’impresa è dei padroni e ci può stare solo chi ubbidisce in silenzio. Finché serve, poi se ne deve andare in buon ordine. Tecraso incarna l’operaio di origine meridionale fiero e indomito, dopo una vita di lavoro viene licenziato e in seguito imprigionato, accusato di terrorismo e banda armata…
Nasapeti muore spendendo gli ultimi respiri per cercare di spingere ancora più in alto i propri interessi, perpetuare il potere e moltiplicare il denaro. Maledice Saraccini perché avrebbe voluto cambiarlo e cambiare qualcosa…
Rimangono sulla scena oscuri personaggi che entrano in azione subito alla agonia di N., per prendere il potere, senza idee senza visioni, solo il pensiero fisso di rinsaldare bene le leve del comando nelle loro mani, tutto al fine di poter manovrare, manipolare, comandare…
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3.
Il commento di Franco Fortini
C’è un esplicita consapevolezza, nel nuovo romanzo di Paolo Volponi, del silenzio con cui da anni la nostra letteratura elude il confronto con la realtà, e in particolare con il mondo dell’industria e della finanza, del denaro, delle merci, in una parola, del potere. Eppure c’era stato un momento, quello del grande sogno di Adriano Olivetti – al quale non a caso il libro è dedicato -, in cui tutta una generazione di intellettuali e scrittori si era misurata con l’oggettività della produzione, alla ricerca di un incontro, di una sintesi, forse di un’utopia. E’ proprio sul crinale estremo di quelle illusioni, nell’Italia degli anni settanta incapace di disegnare una strategia, intellettuale e civile, che Volponi colloca la vicenda del suo romanzo e in particolare il protagonista, partecipe e vittima della complessità culturale e storica in cui è chiamato ad agire. Bruto Saraccini, dirigente industriale, di formazione umanistica, brillante e duttile, responsabile e orgoglioso, percorre la propria ascesa e caduta nel cono d’ombra, che sulla sua vita e sulla fabbrica proietta il Presidente per antonomasia, Nasàpeti, autorevole e ambiguo come il nome che porta. Ma la sua esperienza, somma e allegoria di un ideale mancato di demoscrazia industriale, si consumerà altrove, in un’impennata che costituisce anche, dal punto di vista narrativo, la chiave di volta del romanzo. Perseguendo il suo sogno, e insieme illudendosi di sfuggire all’aura, fattasi infida, dell’azienda geograficamente, defilata in cui la sua carriera è nata, Saraccini cede infatti al richiamo della grande fabbrica del capoluogo che domina l’industria del paese. Là lo attraggono le lusinghe dell’onnipotente presidentessa, donna Fulgenzia, e soprattutto del nipote di lei, Astolfo, che sembra incarnare la mitica, irraggiungibile figura del Nuovo Imprenditore. Ma il sogno “politico” non può che scontrarsi con un ingranaggio cui non sono consentite divagazioni utopiche: e Saraccini ne uscirà più schiacciato […]
